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L’Italia della sobrietà: nella crisi con la Spagna più diplomazia e meno rumore

EDITORIALE – Ci sono momenti nei quali la politica estera misura la propria efficacia non attraverso la forza delle parole pronunciate, ma attraverso quelle che si decide consapevolmente di non pronunciare. La vicenda che in queste settimane sta interessando Italia e Spagna, sullo sfondo della complessa emergenza migratoria di Ceuta, appartiene probabilmente a questa categoria.

Il confronto è delicato. Coinvolge la sicurezza, la gestione dei flussi migratori, Schengen, i rapporti tra Stati membri dell’Unione europea e, soprattutto, quella fiducia reciproca senza la quale l’Europa rischia di trasformarsi in una somma di interessi nazionali contrapposti.

In un quadro del genere, la sobrietà non è debolezza. Al contrario, può diventare una forma particolarmente efficace di autorevolezza.

Ed è proprio sotto questo profilo che il ruolo assunto dal ministro degli Esteri Antonio Tajani merita una riflessione che vada oltre l’appartenenza politica.

Tajani continua a sostenere la necessità di tutelare la sicurezza nazionale ed europea e mantiene una posizione ferma sulla situazione di Ceuta. Allo stesso tempo, però, evita di trasformare una divergenza tra governi in una contrapposizione permanente tra due Paesi amici.

È una distinzione importante.

Italia e Spagna possono discutere, anche duramente, sulle rispettive politiche migratorie. Possono avere valutazioni differenti sulle misure necessarie e sulla gestione di Schengen. Ma Roma e Madrid rimangono due grandi Paesi europei e mediterranei che hanno molti più interessi da condividere che ragioni per contrapporsi.

La diplomazia serve esattamente a questo: impedire che una crisi contingente diventi una frattura strutturale.

Tajani, per esperienza politica e istituzionale maturata anche ai vertici delle istituzioni europee, conosce bene questo linguaggio. Fermezza nelle decisioni, ma porte aperte al dialogo. Difesa dell’interesse nazionale, senza trasformarlo necessariamente in antagonismo verso quello altrui.

È probabilmente questa la cifra che oggi può risultare maggiormente utile all’Italia.

Perché sulla questione migratoria l’Europa non può continuare a procedere attraverso emergenze successive, scaricando di volta in volta il problema sul Paese geograficamente più esposto. Oggi Ceuta richiama l’attenzione sulla Spagna; ieri il Mediterraneo centrale chiamava direttamente in causa l’Italia; domani potrebbe essere nuovamente la rotta balcanica a imporre altre decisioni.

Cambiano le frontiere interessate, ma il problema resta europeo.

E se il problema è europeo, europea deve necessariamente diventare anche la soluzione.

Proprio per questo la prudenza mostrata in queste ore può essere più produttiva delle dichiarazioni muscolari. Tajani ha spiegato che l’Italia valuterà quando ripristinare pienamente la situazione precedente sulla base dell’evoluzione della crisi e delle condizioni di sicurezza. Non significa arretrare, ma lasciare alla diplomazia lo spazio necessario per lavorare.

Esiste infatti una differenza sostanziale tra fermezza e rigidità.

La prima consente di difendere una posizione mantenendo aperta la possibilità di modificarla quando cambiano le condizioni che l’hanno determinata. La seconda rischia invece di trasformare ogni decisione in una questione di principio dalla quale diventa politicamente difficile tornare indietro.

Nelle relazioni internazionali questo confine è fondamentale.

L’Italia, Paese fondatore dell’Unione europea e naturale cerniera del Mediterraneo, ha tutto l’interesse a presentarsi come interlocutore affidabile, capace di tutelare i propri confini senza rinunciare alla costruzione di soluzioni condivise.

Questo non significa ignorare i problemi.

La pressione migratoria esiste. Le preoccupazioni per la sicurezza devono essere valutate seriamente. I confini esterni dell’Europa devono essere controllati e l’immigrazione irregolare non può essere governata attraverso l’improvvisazione. Ma proprio la complessità di questi fenomeni dovrebbe suggerire di sottrarli alla tentazione della propaganda permanente.

Governare significa assumersi responsabilità. Diplomazia significa farlo evitando, quando possibile, di creare nuovi problemi mentre si cerca di risolvere quelli esistenti.

Ed è qui che la moderazione può diventare una forza.

In una stagione internazionale nella quale troppo spesso la comunicazione politica sembra costruita sull’alzare continuamente il volume dello scontro, recuperare il valore delle parole misurate può apparire quasi controcorrente.

Eppure la politica estera non è un’arena nella quale necessariamente vince chi grida più forte.

Vince, semmai, chi riesce a difendere gli interessi del proprio Paese lasciando contemporaneamente aperto uno spazio nel quale l’interlocutore possa tornare a sedersi al tavolo.

La vicenda tra Italia e Spagna dovrà inevitabilmente trovare una composizione. Schengen rappresenta una delle conquiste più importanti dell’integrazione europea e ogni limitazione, proprio perché eccezionale, dovrebbe avere una durata strettamente collegata alle condizioni che l’hanno determinata.

La sicurezza viene prima di molte altre considerazioni, ma una volta venuti meno i presupposti dell’emergenza deve essere la politica ad avere la capacità di ricostruire rapidamente la normalità.

In questo passaggio il ruolo della Farnesina e del ministro Tajani può risultare particolarmente utile.

Non per proclamare vincitori e sconfitti.

Ma per fare qualcosa di molto più importante: riportare Italia e Spagna dalla logica della contrapposizione a quella del confronto, e ricordare all’Europa che sulle grandi questioni comuni nessuno Stato può pensare di salvarsi da solo.

Forse è proprio questa la lezione più interessante di queste giornate.

In politica internazionale la sobrietà non fa sempre rumore e difficilmente conquista i titoli più aggressivi. Ma spesso è proprio attraverso l’equilibrio, la pazienza e la capacità di mantenere aperto il dialogo che si ottengono i risultati più duraturi.

E in un’Europa che ha già abbastanza fronti di tensione aperti, avere qualcuno che prova a stemperare anziché esasperare non è un segnale di debolezza.

È, molto più semplicemente, esercizio di responsabilità.

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