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Extrema Thule, oltre l’ultima barriera dove si infrangono i sogni dell’uomo

immagine realizzata con base naturale e migliorata con l’utilizzo di I.A.G.

Editoriale – Ci sono momenti nella vita in cui il confine più difficile da attraversare non è quello che qualcuno ha posto davanti a noi. È quello che abbiamo costruito dentro di noi.

È una linea sottile, quasi invisibile, che separa ciò che desideriamo da ciò che crediamo di poter vivere. Da una parte c’è quello che sentiamo, dall’altra quello che riteniamo possibile. Nel mezzo si accumulano ragioni, paure, convenzioni, esperienze, responsabilità, domande. E qualche volta anche quella prudenza che nasce con la maturità e che, se da un lato ci protegge, dall’altro può trasformarsi silenziosamente in una prigione.

Forse è proprio questa la nostra Extrema Thule.

Nell’immaginario antico Thule rappresentava l’estremo confine del mondo conosciuto. Oltre quella terra remota cominciava l’ignoto. Non necessariamente il nulla: semplicemente qualcosa che ancora non si conosceva.

Ed è affascinante pensare che ciascuno di noi possieda una propria Thule interiore.

Un punto oltre il quale abbiamo paura di andare perché significherebbe abbandonare, almeno per un istante, le certezze con cui abbiamo imparato a definire noi stessi.

«L’ultima barriera dove s’infrangono i sogni dell’uomo. L’estremo tentativo di superare i limiti della propria esistenza. Un viaggio fuori dal tempo, verso l’immortalità, oltre il suono delle proprie parole, oltre i propri sensi, oltre sé stessi».

Sono parole che evocano una dimensione molto più profonda del semplice desiderio di superare un limite. Parlano della ricerca di qualcosa che sta oltre la superficie delle cose.

Con gli anni impariamo a proteggerci. Costruiamo equilibri, ruoli, abitudini, responsabilità. Impariamo perfino a controllare le emozioni e a spiegare razionalmente ciò che accade dentro di noi.

È parte della maturità.

Ma maturità non dovrebbe significare diventare impermeabili alla vita.

Al contrario, forse essere maturi significa avere finalmente gli strumenti per attraversare certe emozioni senza esserne travolti. Significa concedersi la possibilità di sentire senza avere necessariamente bisogno di possedere, di incontrare senza pretendere, di avvicinarsi senza invadere.

È qui che nasce la vera barriera.

Pensare di volere qualcosa e contemporaneamente convincersi di non poterla avere. Sentire una possibilità e immediatamente costruire intorno ad essa tutte le ragioni per cui quella possibilità dovrebbe essere negata.

Naturalmente esistono limiti reali. Esistono responsabilità, rispetto, conseguenze, libertà altrui. Superare le proprie barriere interiori non significa ignorare tutto questo. La libertà autentica non consiste nel fare qualsiasi cosa desideriamo.

Consiste nel non mentire a noi stessi su ciò che sentiamo.

È una differenza enorme.

Esiste poi una dimensione ancora più intima, che molte tradizioni filosofiche e spirituali hanno esplorato da sempre: la capacità dell’uomo di andare oltre il rumore della propria mente.

La meditazione, l’introspezione, il silenzio, la ricerca interiore conducono proprio verso quel territorio. Franco Battiato lo ha raccontato tante volte attraverso la musica e il suo percorso personale: il viaggio più lungo non conduce necessariamente verso un luogo geografico, ma verso una condizione diversa della coscienza.

Imparare a stare bene con sé stessi è forse una delle conquiste più difficili.

Perché soltanto quando non abbiamo bisogno degli altri per riempire un vuoto possiamo davvero incontrarli.

A quel punto la presenza dell’altro non diventa necessità, ma scelta. Non serve a completarci: ci arricchisce. Non nasce dalla paura della solitudine, ma dal piacere della condivisione.

La nostra società ci insegna continuamente a classificare: amicizia, amore, conoscenza, convenienza, opportunità. Abbiamo bisogno di dare un nome alle cose per sentirci al sicuro.

Ma alcune delle esperienze umane più profonde nascono prima delle definizioni.

Sono semplicemente incontri.

Coscienze che, per qualche ragione difficile da spiegare, per un tratto del viaggio si riconoscono.

Ed è qui che ritorna Extrema Thule.

L’ultima barriera non è necessariamente un luogo da conquistare. Potrebbe essere semplicemente il confine oltre il quale smettiamo di avere paura di essere pienamente noi stessi.

Oltre le parole che utilizziamo per proteggerci.

Oltre le convenzioni dietro cui qualche volta ci nascondiamo.

Oltre quella voce interiore che continua a ripeterci: non si può.

Perché qualche volta il vero ostacolo non è l’impossibilità.

È la convinzione dell’impossibilità.

E allora forse arriva un momento nel quale bisogna concedersi il diritto di vedere cosa esiste oltre quella linea.

Con consapevolezza. Con rispetto. Con maturità.

Ma anche con coraggio.

Il resto appartiene al viaggio.

E forse è proprio questo il significato più profondo di andare oltre la propria Extrema Thule: arrivare davanti all’ultima barriera, guardare ciò che esiste dall’altra parte e comprendere che non tutti i confini sono stati costruiti per impedirci di passare.

Alcuni esistono soltanto per capire se abbiamo ancora il coraggio di attraversarli.

Perché i sogni dell’uomo possono infrangersi contro l’ultima barriera.

Oppure, qualche volta, possono cominciare proprio oltre di essa.

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