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La copia, per quanto conforme, non sarà mai l’originale: il coraggio dimenticato di essere se stessi

EDITORIALE – Viviamo nell’epoca del consenso permanente. Si scrive per essere approvati, si pubblica per essere condivisi, si parla cercando l’applauso e, sempre più spesso, si costruisce la propria immagine immaginando preventivamente ciò che gli altri vorrebbero vedere. È una corsa silenziosa e incessante verso il compiacimento. Eppure proprio quando lo sforzo per piacere diventa eccessivo accade qualcosa di paradossale: si smette di piacere davvero, perché si smette di essere autentici.

Il desiderio di essere accettati appartiene da sempre alla natura umana. L’uomo è un essere sociale e cerca inevitabilmente riconoscimento nello sguardo degli altri. Non c’è nulla di strano. Il problema nasce quando quello sguardo diventa uno specchio indispensabile, quando iniziamo a modificare ciò che siamo in funzione della reazione che speriamo di ottenere. A quel punto non comunichiamo più qualcosa: cominciamo a rappresentare qualcosa.

È una differenza apparentemente sottile, ma enorme.

Un pensiero autentico può piacere oppure infastidire. Può essere condiviso oppure contestato. Può persino lasciare indifferenti. Ma rimane un pensiero. Quando invece nasce esclusivamente per raccogliere approvazione, rischia di trasformarsi in un prodotto costruito intorno alle aspettative del destinatario.

Lo abbiamo visto per decenni nella politica. La ricerca del consenso è naturalmente parte della democrazia, ma la politica di vecchio stampo ne aveva fatto talvolta una vera tecnica: conoscere gli umori della massa, intercettarne desideri e paure, pronunciare le parole capaci di conquistare simpatia e trasformarla in consenso. Il politico doveva piacere, possibilmente a tutti. O almeno doveva riuscire a convincere ciascuno di parlare proprio a lui.

Oggi, però, quella massa non esiste più nelle stesse forme. La folla si è frammentata in milioni di individui che parlano, commentano, giudicano e producono a loro volta comunicazione.

Un tempo possedere una tastiera, nel significato simbolico del termine, rappresentava quasi un privilegio. Scrivevano i giornalisti, gli scrittori, gli intellettuali, le redazioni, le istituzioni. Gli altri leggevano. Il rapporto era prevalentemente verticale: pochi producevano contenuti e molti li ricevevano.

Internet e soprattutto i social network hanno demolito quel confine. Oggi una tastiera appartiene a tutti. Tutti sono contemporaneamente pubblico e autori, spettatori e commentatori, destinatari e produttori di messaggi. È stata una rivoluzione straordinaria, perché ha aperto le frontiere della comunicazione. Ma ogni rivoluzione porta con sé nuove contraddizioni.

Una delle più evidenti è l’ossessione della misurazione.

Un pensiero non sembra più avere valore soltanto per ciò che contiene: deve ottenere reazioni. Like, visualizzazioni, condivisioni, commenti. Persino l’emozione è diventata quantificabile. E quando sappiamo che qualcosa verrà misurato, inevitabilmente cominciamo a costruirlo pensando al risultato.

Così impariamo quali parole funzionano, quali titoli attirano, quale fotografia genera maggiore attenzione, quale frase produce indignazione, quale altra suscita commozione. Conosciamo sempre meglio la tecnica del coinvolgimento, ma rischiamo progressivamente di dimenticare l’arte della comunicazione.

E le due cose non sono affatto la stessa cosa.

La tecnica può insegnare a catturare l’attenzione. Non può insegnare ad avere qualcosa da dire.

Questo vale soprattutto per la scrittura. Scrivere non significa mettere una successione grammaticalmente corretta di parole una dietro l’altra. Quello è soltanto il meccanismo esteriore. La scrittura autentica contiene inevitabilmente qualcosa di chi scrive: esperienza, sensibilità, cultura, contraddizioni, memoria, persino difetti.

Una frase perfetta può essere dimenticata dopo pochi secondi. Una frase magari meno levigata, ma autentica, può invece rimanere dentro qualcuno per anni.

È la differenza tra forma e voce.

La forma si può imparare. La voce bisogna trovarla.

Ed è precisamente qui che entra in gioco la copia. Nel giornalismo contemporaneo il copia e incolla è diventato troppo spesso una scorciatoia strutturale. Un comunicato viene pubblicato, ripreso, modificato superficialmente e moltiplicato su decine di siti. Cambiano magari il titolo e qualche parola, ma sotto rimane lo stesso testo. Formalmente tutto può essere corretto. Persino impeccabile.

Ma la copia, per quanto conforme, non sarà mai l’originale.

Non perché necessariamente contenga meno informazioni. Potrebbe contenerne esattamente le stesse. Ciò che non può riprodurre integralmente è il processo umano dal quale quelle parole sono nate.

L’originale possiede una storia. Qualcuno ha osservato, pensato, scelto, dubitato, cancellato una parola e ne ha preferita un’altra. Ha deciso da dove iniziare e soprattutto dove arrivare. Dentro una scrittura autentica esiste una traiettoria invisibile che appartiene soltanto al suo autore.

Copiandola possiamo riprodurne le parole. Non possiamo copiarne l’origine.

Lo stesso accade nell’arte. Possiamo riprodurre perfettamente un quadro, utilizzare gli stessi pigmenti, rispettare proporzioni e pennellate, ottenere una copia talmente fedele da rendere difficile distinguerla a prima vista. Eppure continueremo ad avere davanti una riproduzione.

Perché l’originalità non consiste soltanto nell’aspetto finale di un’opera. Risiede nel gesto irripetibile che l’ha generata.

Forse è proprio questo che stiamo dimenticando nell’epoca della riproducibilità infinita: essere originali non significa necessariamente inventare qualcosa che nessuno abbia mai fatto prima. Significa mettere qualcosa di proprio in ciò che si fa.

Non occorre essere eccentrici. Non bisogna cercare disperatamente di distinguersi. Anche quella sarebbe un’altra forma di costruzione artificiale dell’identità.

Bisogna semplicemente essere se stessi.

Sembra la cosa più facile del mondo ed è probabilmente una delle più difficili.

Essere se stessi significa infatti accettare di non piacere a tutti. Significa pubblicare qualcosa senza sapere quanti consensi riceverà. Significa sostenere un pensiero anche quando non coincide perfettamente con quello dominante. Significa rinunciare, qualche volta, alla frase studiata per ottenere l’applauso e scegliere quella che rappresenta davvero ciò che pensiamo.

Significa anche accettare l’imperfezione.

Perché l’originale, paradossalmente, può avere un difetto che la copia corregge. Un testo può contenere una ruvidità, un quadro una pennellata irregolare, una voce una piccola esitazione. La copia può eliminare tutto questo e diventare tecnicamente migliore. Ma proprio quella imperfezione può rappresentare il segno della presenza umana.

Viviamo invece un tempo nel quale sembriamo voler essere tutti perfettamente conformi: fotografie perfette, parole perfette, vite perfette, opinioni calibrate. E più perfezioniamo la rappresentazione, più rischiamo di allontanarci dalla persona.

Il risultato è un gigantesco paradosso: mai come oggi abbiamo avuto tanti strumenti per esprimere noi stessi e mai come oggi rischiamo di utilizzarli per assomigliare agli altri.

Forse allora bisogna davvero tornare con i piedi per terra.

Non tutto ciò che scriviamo deve diventare virale. Non ogni pensiero deve conquistare consenso. Non ogni fotografia deve ottenere approvazione. Non ogni parola deve essere costruita attraverso un espediente capace di attirare qualcuno.

Ci sono parole che devono semplicemente essere vere.

E una scrittura vera lascia qualcosa anche quando non produce rumore. Può lasciare un dubbio, un ricordo, un’emozione, una domanda. Può persino provocare disaccordo. Ma se dopo averla letta rimane qualcosa, allora ha svolto la propria funzione.

La comunicazione dovrebbe tornare anche a questo: non soltanto raggiungere qualcuno, ma lasciare qualcosa dentro qualcuno.

Forse la libertà più difficile nell’epoca del consenso consiste proprio nello smettere di domandarsi continuamente cosa penseranno gli altri. Non per arroganza, né per indifferenza verso chi ci legge o ci ascolta. Al contrario: rispettare veramente il pubblico significa non considerarlo una massa da sedurre attraverso tecniche studiate a tavolino.

Significa offrirgli qualcosa di autentico e lasciargli la libertà di apprezzarlo oppure no.

Alla fine rimane una regola sorprendentemente semplice. Possiamo imitare uno stile, riprodurre una formula, utilizzare tutte le tecniche disponibili e persino costruire qualcosa di formalmente perfetto. Ma esiste una componente che nessun procedimento può sostituire completamente: l’identità di chi crea.

Per questo la copia conforme può essere identica all’originale nelle parole, nei colori o nelle forme, ma non sarà mai veramente l’originale.

Perché l’originale porta con sé una cosa che la copia non può replicare: l’autenticità del gesto che lo ha fatto nascere.

Ed è forse questa la chiave più semplice, e insieme più filosofica, per attraversare un tempo ossessionato dall’apparire: non sforzarsi continuamente di piacere, non costruirsi sulla misura delle aspettative altrui, non trasformare la propria voce nell’eco di quella degli altri.

Essere se stessi. E basta. Perché si può copiare quasi tutto, tranne l’autenticità.

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