EDITORIALE – Il tempo passa, ma ci sono date che non smettono mai di far rumore nella memoria collettiva. Il 9 marzo 2020 è una di quelle. Sei anni fa, come oggi, l’Italia entrava nel silenzio irreale del lockdown. Un silenzio che aveva il peso della paura, dell’incertezza e di una solitudine che nessuno, fino ad allora, aveva mai conosciuto davvero.
Fu l’inizio di quello che molti hanno poi definito il “deserto del Covid”. Un periodo buio, sospeso, in cui la vita quotidiana venne improvvisamente congelata. Strade vuote, piazze mute, serrande abbassate. L’umanità, improvvisamente, si ritrovò chiusa in casa a interrogarsi sul proprio destino.
L’annuncio della serrata arrivò con la voce dell’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Una comunicazione che, rivista oggi, appare ancora più incerta e disordinata di quanto già sembrasse in quei giorni concitati. Messaggi frammentati, anticipazioni, decreti, conferenze notturne: un racconto emergenziale che si costruiva giorno dopo giorno, spesso senza il tempo necessario per comprenderlo davvero.
In poche ore cambiarono le regole della vita. Vietato uscire se non per necessità. Vietato attraversare i confini regionali. Vietato perfino fare una corsa all’aria aperta senza temere una sanzione. Arrivarono le zone rosse, le zone arancioni, i moduli di autocertificazione, i controlli per strada. Un lessico nuovo entrò nelle nostre case e trasformò il quotidiano in qualcosa che, a rileggerlo oggi, sembra appartenere più alla fantascienza che alla storia recente.
La pandemia di COVID-19 portò con sé una narrazione del dolore che non aveva precedenti nella società contemporanea. I numeri dei contagi, i bollettini serali, le curve epidemiologiche. E poi le immagini più dure: gli ospedali sotto pressione, le città svuotate, i funerali celebrati nel silenzio, spesso senza familiari.
Fu un tempo in cui ognuno cercava le proprie risposte. Le scienze, la politica, l’informazione, i cittadini: tutti immersi nello stesso vortice di dubbi. La verifica delle fonti diventava difficile, a tratti impossibile. La comunicazione si muoveva tra emergenza e confusione, mentre la paura della morte diventava la misura con cui si accettavano – o si contestavano – restrizioni senza precedenti.
Per molti, quella stagione rappresentò anche qualcosa di più: un gigantesco esperimento sociale. La reazione collettiva alla privazione delle libertà individuali, giustificata dalla tutela della salute pubblica. Il popolo sovrano, per la prima volta dopo decenni, si ritrovò limitato nei movimenti, nei diritti, nelle abitudini più elementari.
Qualcuno parlò di responsabilità condivisa. Altri di una democrazia compressa dall’emergenza. Altri ancora di una sorta di dittatura temporanea mascherata da necessità sanitaria. Sarà la storia, con il distacco degli anni e degli archivi, a stabilire dove finisca la prudenza e dove inizi l’eccesso.
Ciò che resta certo è il segno umano di quei mesi.
Le case trasformate in rifugi e in gabbie.
Le videochiamate al posto degli abbracci.
Le città fantasma.
I funerali senza persone.
Il dolore accumulato in silenzio.
I vaccini obbligatori ma non troppo.
Il green pass.
Molti, anzi quasi tutti, hanno scelto di chiudere quei ricordi in un cassetto. È una reazione comprensibile: la memoria a volte pesa troppo. Eppure ricordare resta necessario. Non per riaprire ferite, ma per comprendere cosa siamo stati e cosa potremmo diventare.
Perché il 9 marzo 2020 non è stato solo l’inizio di una quarantena. È stato uno spartiacque storico, uno dei giorni più cupi dell’Italia del dopoguerra. Un giorno in cui il mondo ha rallentato fino quasi a fermarsi, costringendo milioni di persone a guardarsi dentro.
E forse è proprio da lì che bisogna ripartire: dal valore della libertà, dal diritto al pensiero critico, dalla responsabilità di chi governa e di chi racconta la realtà. Perché dentro quella crisi c’è stato dolore, ma anche opportunismo. C’è stata solidarietà, ma anche chi ha tratto profitto dal caos.
La storia, prima o poi, farà i suoi conti.
Noi, nel frattempo, abbiamo il dovere di non dimenticare.
Perché il silenzio delle città vuote, sei anni dopo, continua ancora a parlare.



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