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La felicita’, un mito che non esiste?

EDITORIALE –  La felicità è una delle parole più abusate del nostro tempo. La si evoca come un diritto naturale, la si promette come traguardo implicito dell’esistenza, la si utilizza come metro di giudizio per valutare una vita riuscita o fallita. Eppure, se la si osserva senza indulgenza, emerge con chiarezza una conclusione scomoda: la felicità, intesa come condizione stabile, piena e definitiva, non esiste.

Non lo pensava Aristotele, che parlava di eudaimonia come esercizio continuo della virtù, non come stato emotivo. Non lo credeva Schopenhauer, per il quale la vita oscilla incessantemente tra dolore e noia, lasciando alla felicità solo brevi interstizi. E non lo sosteneva nemmeno Nietzsche, che diffidava profondamente dell’idea di una felicità rassicurante, preferendo una vita intensa, persino tragica, ma autentica.

Eppure continuiamo a rincorrerla, spostandola sempre un po’ più avanti nel tempo. Da adolescenti la immaginiamo coincidere con la maggiore età, con la libertà promessa dall’autonomia. Poi diventa un futuro indefinito, successivo, meglio organizzato del presente. In seguito assume la forma di una relazione: prima il fidanzamento, oggi convivenze dai confini più labili. Poi il matrimonio, civile o religioso, la famiglia, i figli. Ogni passaggio porta con sé la stessa convinzione silenziosa: “quando arriverò lì, sarò felice”.

Lo stesso meccanismo governa il lavoro. Ci viene insegnato che il lavoro realizza l’uomo, e in parte è vero: svolgere un’attività che si ama è una fortuna rara, una delle poche autentiche. Ma molti si ritrovano incanalati in professioni scelte troppo presto, sotto il peso di aspettative familiari o sociali, in un’età in cui non si possiedono ancora gli strumenti per comprendere se stessi. Ne deriva una vita professionale vissuta per necessità, non per vocazione, dove la felicità promessa si trasforma in sopportazione.

Da questa disillusione nasce anche la fragilità delle relazioni. La felicità cercata e non trovata diventa frustrazione, e la frustrazione si riversa sugli affetti. Aumentano i matrimoni in crisi, le unioni che si dissolvono, spesso per ragioni che sembrano diverse ma conducono allo stesso esito: tribunali, affidamenti, questioni economiche. Perché il mondo, spogliato delle retoriche, ruota attorno al denaro, e quando il sogno si infrange resta la gestione delle macerie.

Neppure chi cresce in una famiglia solida, chi beneficia di una stabilità originaria, incontra davvero la felicità. Incontra piuttosto qualcosa di meno eclatante ma più profondo: un senso. Una continuità. È lì che si compie il percorso umano, non nell’esaltazione ma nella durata. Anche la nascita di un figlio — massima espressione di continuità tra uomo e donna — è un’esperienza di gioia intensa, ma per definizione transitoria. Tutto ciò che gratifica profondamente non può durare, senza perdere significato.

La vita non è un idillio. La famiglia del “Mulino Bianco” non esiste. Non esistono prati eternamente verdi su cui correre spensierati. La vita è piuttosto una fatica continua, un nuotare senza riva in un mare che non promette approdi. O, per usare un’altra immagine, è la costruzione paziente di una casa: mattone su mattone, pareti dritte, solide, sapendo però che il tetto — la volta stellata sopra di noi — resterà incompiuto.

E forse la verità più difficile da accettare è un’altra ancora: la vita non è una scelta. È una casualità. Ci siamo, senza averlo deciso. Non conosciamo le ragioni per cui siamo qui, né il senso ultimo di questa presenza. Heidegger parlava di Geworfenheit, di “essere gettati” nel mondo. Siamo stati gettati, e basta. E così come siamo arrivati, un giorno ce ne andremo, verso una dimensione di cui non sappiamo nulla. È lì che molti si aggrappano alla fede, non come certezza razionale, ma come necessità umana di dare un volto all’ignoto.

Se la felicità non esiste, cosa resta allora? Restano stati transitori di benessere. Restano momenti. Restano soprattutto le relazioni autentiche, quelle fondate non sullo scambio ma sulla gratuità. Nel voler bene senza calcolo, nell’aiuto reciproco che non pretende nulla in cambio, si generano energie positive reali, concrete. Non salvano dalla sofferenza, ma la rendono attraversabile. Non eliminano il dolore, ma lo condividono. E, come insegnava Simone Weil, l’attenzione verso l’altro è una delle forme più alte di amore.

La felicità, forse, è solo un nome sbagliato. Ciò che possiamo realmente coltivare è la consapevolezza: attraverso lo studio, l’approfondimento, l’analisi. Un lavoro interiore che richiede fatica, ma restituisce forza. Non promette euforia, ma solidità. E in un’epoca ossessionata dalla felicità, la solidità è già una forma di salvezza.

Accettare che la felicità non esista non è rinuncia. È maturità. È smettere di inseguire un’illusione per abitare, finalmente, la realtà.

 

 

 

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