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In undas maris superi, oltre il brusio del mondo

EDITORIALE – C’è un punto preciso, nella Chiesa di San Francesco a Vieste, dove lo sguardo incontra una frase che sembra più un invito che un motto: In undas maris superi, “sopra le onde del mare”. Non è soltanto un’iscrizione, non è una delle tante epigrafi che adornano le navate di un edificio sacro. È, piuttosto, una soglia mentale. Accanto a essa, scolpito nel marmo, si staglia il Cosmo di Aristotele, il mosaico che racconta l’armonia dei quattro elementi e rimanda a un ordine più grande, a un equilibrio che non abbiamo creato ma che ci contiene. Lì, in quel punto, lo sguardo si spinge oltre: come se davvero ci fosse chiesto di alzarci al di sopra del frangere delle onde, di sospendere il rumore e percepire ciò che, nella nostra vita, si muove con il ritmo di un tempo fuori dal tempo.

In undas maris superi è una dimensione immaginaria, certo, ma non per questo meno reale. È il luogo in cui l’uomo è invitato a superare la superficie delle cose e a contemplare la propria interiorità con il distacco di chi osserva il mare dall’alto di una rupe. Da lassù le onde non sono minacce, né ostacoli: sono movimenti, eventi, accadimenti. Da lassù è possibile comprendere che non tutto ciò che ci raggiunge appartiene alla nostra volontà, e non tutto ciò che ci urta merita la nostra reazione.

Viviamo immersi — a volte sommersi — da banalità quotidiane che si presentano con la pretesa di avere un peso specifico maggiore di quanto non ne abbiano davvero. Eppure, se imparassimo a porci sopra queste onde, se acquisissimo l’arte dell’astrazione, potremmo affrontare ogni cosa con la giusta distanza, come chi indossa una corazza metallica che non serve per combattere ma per proteggersi: una schermatura ferrosa che impedisce ai turbamenti di trafiggerci, alle insidie di insinuarsi, ai malumori di colonizzare la nostra energia.

L’elevazione del pensiero non è un esercizio di ostentazione intellettuale, ma una tecnica di sopravvivenza interiore. È la condizione in cui il libero arbitrio si manifesta nel suo stato più puro, capace di discernere e orientare i comportamenti con lucidità, invece che reagire in modo impulsivo. In una società che spesso interpreta la gentilezza come debolezza, che scambia la disponibilità per sottomissione, la capacità di tacere può diventare un atto rivoluzionario. Non il tacere del timore, ma quello della padronanza. Perché urlare, imporsi, “fare la voce grossa” non porta in alto: trattiene sul livello del mare, là dove ogni onda, anche la più piccola, può rovesciarci.

La filosofia di In undas maris superi è un percorso che non si improvvisa. Richiede tempo, studio, e soprattutto la capacità — rara, quasi sospettata — di isolarsi con sé stessi. Franco Battiato, fra i pochi artisti capaci di trasformare la ricerca interiore in linguaggio musicale, trovava molte risposte nella meditazione. La meditazione, lungi dall’essere un rituale esoterico o una fuga dalla realtà, è una pratica antica: un allenamento dell’attenzione che affonda le sue radici nello Yoga indiano e nel Buddhismo zen, ma che si ritrova anche nella tradizione cristiana dell’esicasmo e nella lectio divina. Respirazione, consapevolezza, immobilità: sono strumenti semplici e al tempo stesso rivoluzionari, perché restituiscono ordine al pensiero e continuità al sentire.

Trovare dieci minuti al giorno per riorganizzare le proprie idee non è un lusso, non è un capriccio: è un gesto di igiene mentale. È il momento in cui si rimettono a posto le priorità, si ricompone la frattura tra ciò che siamo e ciò che mostriamo, si ascolta ciò che, nel frastuono del quotidiano, non riesce a parlare.

Il mare, per la filosofia antica, non era soltanto uno scenario naturale: era metafora dell’inconscio, del mondo in divenire, dell’energia primordiale. Plotino, nelle Enneadi, invitava l’uomo a un continuo movimento di “ritorno a sé”, una risalita verso l’Uno, verso una dimensione superiore nella quale ogni forma trova il proprio ordine. Anche gli stoici — da Epitteto a Marco Aurelio — parlavano della necessità di salire sopra il turbine delle passioni per riconoscere ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi. È lo stesso movimento evocato dalla frase incisa nel marmo: un’ascesa interiore che non allontana dalla realtà, ma permette di incontrarla senza esserne travolti.

Viviamo in balia di molti venti: eventi inattesi, pressioni sociali, obblighi professionali, relazioni che ci spingono in direzioni non nostre. In questo moto incessante rischiamo di perdere il senso della rotta, e a volte persino l’idea che una rotta sia possibile. In undas maris superi ci ricorda che possiamo scegliere di sollevarci, anche solo di qualche metro, per guardare il nostro stesso percorso con un’altra prospettiva.

Forse, alla fine, è questa la vera libertà dell’uomo contemporaneo: non eliminare le onde, ma imparare a guardarle dall’alto, comprendendo che il loro frangersi non è contro di noi, ma davanti a noi. E che il nostro compito non è reagire, ma decidere. Decidere chi vogliamo essere, quale energia distribuire al mondo, quali tempeste meritano la nostra attenzione e quali, invece, vanno lasciate scorrere.

Perché talvolta la vera saggezza non sta nel restare immobili contro la forza del mare, ma nel trovare la quota giusta da cui osservare il suo movimento. E solo da quella quota — in undas maris superi — si può davvero iniziare a vivere.

Guardare la vita in undas maris superi significa anche riconoscere che l’esistenza non è un arco lineare, ma un respiro più ampio, un movimento che include il nascere e il morire come onde alterne di uno stesso mare. Osservare dall’alto ciò che viviamo ci permette di cogliere la preziosità del tempo che ci viene donato: ogni gesto, ogni incontro, ogni scelta si rivela per quello che davvero è, un frammento irripetibile di un percorso che non possiamo dare per scontato.

Quando ci collochiamo in questa dimensione elevata, anche la morte cambia posto dentro di noi. Non è più soltanto il termine ultimo, la minaccia che incombe o l’ombra che si teme. Diventa parte del ciclo, diventa il limite che dà valore alla misura del nostro cammino. Le grandi tradizioni spirituali lo hanno sempre saputo. Nel libro Fedone, Platone descrive il filosofo come colui che “si esercita a morire”, non perché cerchi la fine, ma perché sa guardare oltre la superficie, scorgendo nell’anima qualcosa che non si dissolve. Nella fede cristiana, la morte è passaggio: non una brusca interruzione, ma l’ingresso in una continuità che trascende il tempo. E se davvero “la vita è un soffio”, come ricorda il salmista, quel soffio trova senso solo se ricondotto a un respiro più grande.

Da questa quota, dove le onde non ci travolgono ma diventano parte di un moto più vasto, anche la morte può essere contemplata senza terrore. Non la si banalizza, non la si dimentica, non la si cancella: la si integra. Si impara a convivere con la sua presenza come si convive con il mare stesso — capace di quiete e di tempesta, ma sempre necessario. Ed è proprio questa convivenza, questa consapevolezza sobria e verticale, che permette di apprezzare il dono della vita in tutta la sua pienezza. Comprendere che ogni istante è fragile e prezioso allo stesso tempo è il primo passo per viverlo con gratitudine.

E allora In undas maris superi diventa anche un modo di abitare l’eternità mentre siamo ancora nel tempo. Un esercizio di fede che invita a guardare oltre la soglia visibile, a immaginare che la nostra esistenza non si esaurisca nella materia che ci compone. Sopra le onde del mare — sopra il tumulto e il divenire — c’è uno sguardo che non teme la trasformazione, perché la riconosce come parte dell’ordine cosmico. Chi riesce a elevarsi fino a questo punto non sfugge alla vita e non sfugge alla morte: le accoglie entrambe, sapendo che sono due modalità dello stesso viaggio.

Viviamo, allora, con la consapevolezza che ogni giorno è un dono e che ogni fine è un passaggio. E impariamo a camminare con uno sguardo che sa elevarsi più in alto, fino a quella dimensione dove — nel silenzio delle onde che si frangono lontane — la vita e la morte dialogano in un equilibrio che ci trascende e allo stesso tempo ci compie.

@danieleimperiale

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