EDITORIALE – Nel 1983 Francesco Guccini pubblicò l’album Guccini. Tra i brani contenuti nel disco ce n’è uno che, a oltre quarant’anni di distanza, conserva intatta una forza particolare, forse persino accresciuta dal tempo: Shomèr ma mi-llailah?, una delle composizioni più enigmatiche, filosofiche e spiritualmente profonde dell’intera produzione del cantautore.
Potrebbe apparire singolare che proprio Guccini, uomo culturalmente legato alla sinistra, lontano dalla religiosità tradizionale e certamente non riconducibile alla canzone confessionale, abbia trovato nella Bibbia l’ispirazione per uno dei suoi brani più intensi. Eppure, conoscendo la vastità dei suoi interessi, non dovrebbe sorprendere. Guccini era prima di tutto un uomo di cultura, un lettore insaziabile, curioso di storia, letteratura, filosofia, linguaggi e vicende umane. Nella sua formazione di uomo e artista non potevano quindi mancare neppure i testi sacri.
Fu leggendo il Libro del profeta Isaia, nella traduzione di Guido Ceronetti, che Guccini incontrò quei pochi versetti destinati a trasformarsi in poesia e musica. Il riferimento è a Isaia 21,11-12, l’oracolo su Duma, nel quale una voce si rivolge a una sentinella ponendole una domanda tanto semplice nella forma quanto smisurata nel significato: «Sentinella, quanto resta della notte?». Guccini stesso raccontò che a colpirlo fu soprattutto quell’invito a insistere, a tornare, a domandare nuovamente, senza stancarsi della ricerca.
Il titolo della canzone conserva volutamente la forza della lingua ebraica originale: Shomèr ma mi-llailah?. Da quella domanda antichissima Guccini costruisce uno spazio quasi fuori dal tempo, nel quale la dimensione biblica diventa universale. La sua sentinella sembra trovarsi ai confini del mondo, circondata dal silenzio, dalla notte, dalle pietre e dall’immensità del cielo. Potrebbe essere un deserto, un luogo remoto dell’emisfero o, in una lettura più simbolica, una sorta di Thule estrema del pensiero, oltre la quale iniziano quelle domande che l’uomo non riesce più a risolvere con la sola ragione.
E quella sentinella attende. Ma forse non aspetta semplicemente l’alba. Aspetta qualcuno che le rivolga una domanda.
È qui che la poesia di Guccini raggiunge una dimensione straordinariamente profonda. La notte diventa metafora della stessa condizione umana. Da quando esiste, l’uomo osserva il cielo e continua a interrogarsi: da dove veniamo? Perché siamo qui? Dove stiamo andando? Che cosa c’è oltre il limite della vita? Quale significato possiede il tempo che ci è stato concesso?
Sono cambiate civiltà, religioni, filosofie e conoscenze scientifiche. Sono caduti imperi e ne sono sorti altri. Abbiamo imparato a osservare l’universo e a comprenderne fenomeni che per gli antichi appartenevano esclusivamente al mistero. Eppure quelle domande sono ancora lì, quasi immutate. Ed è proprio questo il punto: la sentinella non possiede la risposta definitiva.
Nel passo di Isaia arriva il mattino, ma arriva anche la notte. E rimane soprattutto quell’enigmatico invito: se volete domandare, domandate; tornate ancora. Guccini spiegò che proprio qui aveva individuato il senso profondo del testo: non una precisa allegoria politica, ma qualcosa che riguarda universalmente la condizione dell’uomo, la necessità di continuare a interrogarsi anche quando sappiamo che probabilmente non otterremo mai una risposta conclusiva.
La grandezza dell’essere umano, allora, potrebbe non consistere necessariamente nel trovare tutte le risposte, ma nel non stancarsi mai di formulare le domande. Continuare a leggere, conoscere, studiare, osservare, dubitare. Tornare ancora davanti alla sentinella e chiedere nuovamente quanto resta della notte.
Ed è forse per questo che, riascoltata oggi, a terzo millennio avanzato, Shomèr ma mi-llailah? appare persino più attuale di quando venne scritta. Viviamo nell’epoca delle risposte immediate. Una quantità di conoscenza che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare è accessibile in pochi istanti. Possiamo osservare galassie lontanissime, ricostruire eventi accaduti miliardi di anni fa, esplorare l’infinitamente piccolo e affidare a sistemi di intelligenza artificiale l’elaborazione di quantità immense di informazioni.
Eppure, paradossalmente, più aumentano le nostre risposte, più diventa evidente l’immensità di ciò che ancora non sappiamo. Nessuna tecnologia ha cancellato la domanda fondamentale sul significato dell’esistenza. Possiamo forse spiegare sempre meglio come funziona il mondo, ma resta molto più difficile comprendere perché siamo qui e quale significato attribuire al nostro breve passaggio nel tempo.
C’è poi nella canzone una dimensione che può essere letta anche in chiave più intima, simbolica, quasi esoterica. Forse quella sentinella non è qualcuno che dobbiamo raggiungere. Forse la sentinella siamo noi. Ognuno trascorre una parte della propria vita sulla propria torre di guardia, scrutando una notte della quale non conosce la durata. Attendiamo segnali, cerchiamo significati, osserviamo il trascorrere degli anni e proviamo a comprendere quale sia il nostro posto nell’immensità.
Ed è qui che il brano raggiunge uno dei suoi vertici poetici. Tutto ciò che all’uomo appare eterno è in realtà destinato a essere travolto dal tempo. Secoli, regni, torri, divinità, idee e certezze finiscono per cadere. Di ciò che siamo stati restano infine «polvere e segni», immagine potentissima con la quale Guccini restituisce in poche parole la sproporzione tra la brevità dell’esistenza umana e l’immensità del tempo.
Non è però necessariamente una conclusione pessimistica. Al contrario, dentro questa consapevolezza si nasconde una forma sottile di speranza. Se tutto passa, rimane comunque la capacità dell’uomo di interrogarsi. Rimane quella tensione verso qualcosa che non conosce, quella curiosità che lo spinge oltre il confine raggiunto, quella necessità quasi ancestrale di chiedere ancora.
Forse è proprio questo il significato più profondo di Shomèr ma mi-llailah?: non sapere quanto resta della notte e, nonostante questo, continuare ad aspettare l’alba.
Guccini trasformò così pochi versetti scritti millenni fa in una riflessione senza tempo sulla conoscenza, sul dubbio, sulla fragilità e sul destino dell’uomo. Una canzone che attraversa il religioso senza diventare religiosa, sfiora l’esoterico senza rinunciare alla razionalità e guarda verso l’infinito partendo dalla più concreta delle condizioni: quella di un essere umano consapevole di essere soltanto di passaggio.
La sentinella è ancora lì. Le generazioni cambiano, ma davanti a lei continua ad arrivare qualcuno disposto a formulare la stessa domanda: «Sentinella, quanto resta della notte?».
Forse una risposta definitiva non arriverà mai. Ma il messaggio lasciato da Guccini sembra essere proprio questo: tornare, domandare ancora, continuare a conoscere. Perché il vero buio non è quello della notte che ancora ci circonda. Il vero buio inizierebbe nel momento in cui l’uomo smettesse di chiedersi quando arriverà l’alba.
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