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Straniero? Ma anche no: siamo tutti cittadini di uno stesso mondo!

By 18 Aprile 2026 No Comments

EDITORIALE – La parola “straniero” affonda le sue radici nel latino extraneus, derivato da extra, “fuori”. Indica, nella sua origine etimologica, ciò che è esterno, ciò che non appartiene a un determinato gruppo sociale, culturale o territoriale. Nel corso della storia, il termine ha assunto il significato di “forestiero”, “estraneo”, spesso legato alla percezione di chi proviene da un altrove rispetto alla comunità di riferimento.

Nel Medioevo, epoca in cui i contatti tra territori erano limitati e sporadici, la figura dello straniero rappresentava spesso l’unica finestra concreta sul diverso. In quel contesto storico, l’incontro con chi veniva da lontano assumeva un valore eccezionale, talvolta sospeso tra curiosità e diffidenza. Non a caso, in antiche varianti linguistiche e dialettali, il termine ha assunto forme come “stranio” o “strangio”, testimonianza della sua lunga evoluzione semantica e culturale.

Eppure, se l’etimologia appartiene alla storia e alla filologia, il suo utilizzo contemporaneo merita una riflessione più ampia. Nel mondo globalizzato, interconnesso e tecnologicamente avanzato in cui viviamo — un’epoca segnata dall’intelligenza artificiale, dalla mobilità delle persone e dalla circolazione immediata delle informazioni — il concetto stesso di “straniero” appare sempre più relativo in un termine desueto.

Oggi le società si definiscono non solo attraverso i confini geografici, ma attraverso le relazioni, gli scambi culturali e la capacità di integrare differenze. In questo scenario, ridurre una persona alla sua provenienza rischia di diventare una semplificazione che non coglie la complessità dell’individuo ed il rispetto che merita.

Più che “stranieri”, siamo tutti cittadini di uno stesso mondo. Un’affermazione che non cancella le identità nazionali o culturali, ma le inserisce in una dimensione più ampia, in cui la diversità non è un ostacolo bensì una risorsa. Le culture diverse non dividono: arricchiscono. Le tradizioni differenti non separano: insegnano.

In questa prospettiva, l’integrazione non è soltanto un processo sociale, ma un’evoluzione del pensiero umano. Significa riconoscere l’altro per ciò che è: una persona, indipendentemente dal luogo di nascita, dal colore della pelle, dalla lingua o dall’orientamento.

Forse, allora, la parola “straniero” dovrebbe restare soprattutto nei vocabolari e nei testi storici, come testimonianza di un’epoca in cui il mondo era percepito come frammentato. Oggi, invece, la sfida è culturale prima ancora che sociale: imparare a vedere nell’altro non ciò che lo separa da noi, ma ciò che lo rende parte della stessa umanità.

Perché nessuno sceglie il luogo in cui nasce, come quello in cui si muore e, in fondo, il viaggio della vita ci accomuna tutti: veniamo da un’origine sconosciuta e verso un destino comune siamo diretti in un’oriente eterno, indipendentemente dalle strade che percorriamo nel mondo.

AMDG MMXXVI

 

 

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